Vorrei guardarti negli occhi

Non succederà mai più.
Ma se mai dovesse succedere questa volta vorrei fermarti: non me ne starei zitto come quando nel 2009 in Prato della Valle a Padova mi sei passato velocemente a fianco in bici mentre ti dirigevi verso la zona partenza della tappa del Giro salendo di tutta fretta in sella dopo aver concluso la tua intervista con i medici e direttori degli ospedali e degli istituti di oncologia di Padova.
Quella volta me ne sono rimasto fermo a guardarti andar via. Me ne sono stato zitto, stupito, senza parole perché mi sembrava già di aver avuto la mia soddisfazione ed emozione: avevo in mano l’autografo di Lance Armstrong.
Me lo avevi firmato poco prima: una firma bella e leggibile, scritta con un grosso pennarello nero su un foglio ovviamente giallo sul quale era stampata in grande la scritta “Hope ride again” e dietro il motto di sempre. Spesso anche al polso: “livestrong”.
Ed eravamo in tanti ad aspettare che tu scendessi da quel pullman, tutti lì per vedere da vicino – e finalmente in Italia – quella persona che rappresentava ben di più di un campione sportivo, ben di più di un atleta: eri un combattente, si, certo, un po’ uno spaccone americano, ma anche e soprattutto un uomo che ti voleva comunicare e – forse – insegnare che ognuno di noi avrebbe potuto trovare dentro di sé il coraggio, la capacità, la forza di sperare, di sognare, di osare.

“It’s not about the bike”: perchè non si trattava solo di bici e ciclismo. Per questo motivo quel libro dove parli di te, del tuo ritorno alla vita lo avevo anche dato a persone care che potessero trovare tra quelle pagine la forza di sperare, la forza di vivere, la forza di credere nella tragicità degli ultimi mesi.

Si, Lance: questa volta vorrei fermarti.
Vorrei guardarti negli occhi.

E chiederti: “…perché?”