Sport

Quasi una Mezza

Ad un buon 5′ e 20″ di media…

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Quest’anno in verde sotto i 5’20” di media con il PR sui 10 km: non male per la serata più afosa dell’estate.

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Monte Grappa e Altopiano

Due sabato in bici con salite abbastanza impegnative: prima il monte Grappa dalla classica “strada Cadorna” e la settimana dopo l’ascesa in Altopiano dai tornanti di Valstagna.
Buona forma, montagna e sole.

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Domenica mattina

Una calda domenica mattina di giugno a correre per i campi della bassa padovana per 18 chilometri. E stare bene.
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Giro 2013

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Vincenzo Nibali: fino a prova contraria… epico!

Open

600 pagine lette in meno di 24 ore: l’autobiografia di Agassi scritta in collaborazione con J. R. Moehringer è un libro splendido. Ne avevo sentito parlare come una lettura veramente al di là di una semplice autobiografia sportiva, ma non pensavo fino a questo punto: il soggetto non è la trasformazione, ma la vera formazione di un uomo che, crescendo tra sconfitte e vittorie, riesce – e non unicamente da solo – ad accettare la sua ansia “imposta” di perfezionismo tramutandola in una serena scelta facoltativa.

“Da qualche parte, lassù, c’è una stella con il tuo nome. Forse non sarò capace di aiutarti a trovarla, ma le mie spalle sono forti e puoi salirci sopra mentre la cerchi. Hai capito? Per tutto il tempo che vuoi. Sali sulle mie spalle e allunga la mano, ragazzo. Allungala.”

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“La vita è un incontro di tennis tra estremi polarmente opposti. Vincere e perdere, amare e odiare, aperto e chiuso. E’ utile riconoscere presto questo fatto penoso. Quindi riconoscete gli estremi contrapposti in voi e se non riuscite ad accettarli o a riconciliarvi con essi, almeno accettateli e tirate avanti. L’unica cosa che non potete fare è ignorarli.”

Vorrei guardarti negli occhi

Non succederà mai più.
Ma se mai dovesse succedere questa volta vorrei fermarti: non me ne starei zitto come quando nel 2009 in Prato della Valle a Padova mi sei passato velocemente a fianco in bici mentre ti dirigevi verso la zona partenza della tappa del Giro salendo di tutta fretta in sella dopo aver concluso la tua intervista con i medici e direttori degli ospedali e degli istituti di oncologia di Padova.
Quella volta me ne sono rimasto fermo a guardarti andar via. Me ne sono stato zitto, stupito, senza parole perché mi sembrava già di aver avuto la mia soddisfazione ed emozione: avevo in mano l’autografo di Lance Armstrong.
Me lo avevi firmato poco prima: una firma bella e leggibile, scritta con un grosso pennarello nero su un foglio ovviamente giallo sul quale era stampata in grande la scritta “Hope ride again” e dietro il motto di sempre. Spesso anche al polso: “livestrong”.
Ed eravamo in tanti ad aspettare che tu scendessi da quel pullman, tutti lì per vedere da vicino – e finalmente in Italia – quella persona che rappresentava ben di più di un campione sportivo, ben di più di un atleta: eri un combattente, si, certo, un po’ uno spaccone americano, ma anche e soprattutto un uomo che ti voleva comunicare e – forse – insegnare che ognuno di noi avrebbe potuto trovare dentro di sé il coraggio, la capacità, la forza di sperare, di sognare, di osare.

“It’s not about the bike”: perchè non si trattava solo di bici e ciclismo. Per questo motivo quel libro dove parli di te, del tuo ritorno alla vita lo avevo anche dato a persone care che potessero trovare tra quelle pagine la forza di sperare, la forza di vivere, la forza di credere nella tragicità degli ultimi mesi.

Si, Lance: questa volta vorrei fermarti.
Vorrei guardarti negli occhi.

E chiederti: “…perché?”

Contador se queda ‘La Roja’

Il ritorno di Contador: in trionfo alla Vuelta
(da “Il Griornale.it”, 9 settembre 2012 – link)

Ha scontato la squalifica per il discusso caso di doping al Tour 2010 (clenbutenolo secondo la giustizia, una bistecca “pompata“ secondo la sua difesa), ha incassato in silenzio dicerie e umiliazioni, ma alla fine è tornato.
Forte come prima. Magari non ancora irresistibile, ma certamente fortissimo di spirito. Al termine di tre settimane spettacolari, tutte giocate sul duello spagnolo con Rodriguez e Valverde, Alberto Contador sfila in trionfo per i viali di Madrid, andando a vincere la corsa a tappe più avvincente degli ultimi anni, nettamente più bella dell’ultimo Tour e dell’ultimo Giro. […]

Josef e Alex

Gioia o vergogna, i Giochi nel nome del figlio

di Giuseppe De Bellis (da “il Giornale.it”, 8 agosto 2012 – link)

Un padre deve sapere. Josef Schwazer si dev’essere bat­tuto il petto: «Per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa». Di­ce una cosa enorme, il papà di Alex Schwazer.

Dice che se il figlio s’è dopato, la responsabilità è sua. Non del ragazzo. Sua, del padre. «Dovevo stargli vicino, dovevo ca­pire. Se l’ha fatto vuol dire che era dispe­rato e un papà non può non capire che cosa stia accadendo». Nel nome del figlio. Josef è la storia dell’umanità. Perché risponde alla domanda che si fa ogni genito­re con un figlio che sbaglia. Ar­riva un momento, quel mo­mento: «Dove ho sbagliato? È colpa mia?». Lui dice di sì. Non è vero, ma ci crede. Assolve il fi­glio e condanna se stesso. Sa che c’è l’altra metà della rispo­sta. Cinquanta e cinquanta. La seconda è questa: non puoi evitare i guai anche se ti impegni all’infinito, non puoi parare ogni colpo, non puoi proteggere il tuo bambino, specie se ha 28 anni. Poteva dire: «È stato un cretino». Ha detto: «È colpa mia». Non ci so­no certezze con i figli. È un tormen­to che non finisce mai. Josef Schwazer è un simbolo. Apre l’om­brello per riparare dalla pioggia: vieni qui, figlio mio, che così non ti bagni. È la faccia che precede quel­la di Alex.

È l’istinto, qualcosa di atavico, irrefrenabile, ingestibile. Sembra dire: non picchiate su di lui, prendetevela con me. Suo fi­glio ha sbagliato, suo figlio s’è rovi­nato. Ma è suo figlio, non degli al­tri. Suo. Che volete? Lui lo cono­sce, ma lui avrebbe dovuto cono­scerlo meglio. Così dice e non sen­te la ragione che gli dovrebbe dire: non potevi farci proprio niente, tu non c’entri, ha sbagliato lui. Non si può giudicare un uomo così. Lo sport distorce tutto: amplifi­ca, compatta, gonfia. Mostra pa­dri e madri che vivono al quadrato le emozioni dei figli. Più felici di lo­ro se vincono, più tristi di loro se falliscono. Sono gli stessi che il giorno della laurea sembra che ab­biano studiato loro. Sono gli stessi che se arriva la bocciatura sembra che siano stati loro gli incapaci. Cambia la visibilità, non la sostan­za. Anche questi non li vedi, non li conosci, poi una notizia li rende personaggi. Questi sono i giorni dei genitori olimpici: vite vissute per i loro bambini adulti. Josef Schwazer è il volto infelice. Più di­spiaciuto di Alex, più devastato di lui. Il marciatore piange in tv e suo padre si ribatte ancora il petto. Per­ché quella domanda a cui rispon­de dandosi la colpa, sarà la sua dannazione per molto tempo. Co­me ho fatto a non capire? È la stes­sa che si fa il padre di un figlio dro­gato, di uno che si butta via per nul­la, di uno che si autodistrugge. Do­vevo stargli più vicino, dicono. Poi gli stanno vicino e succede lo stes­so, allora dicono: gli sono stato troppo vicino, non l’ho fatto vive­re. Vale tutto. È un giro di roulette. Che fai, giudichi? E se capita a te? Non si può. Ci vuole coraggio a fa­re quell­o che ha fatto lui ed è lo stes­so coraggio che ha chi dice: mio fi­glio è un cretino, ha sbagliato tut­to da solo e deve pagarla cara. Il papà del marciatore dopato è la controcopertina dei suoi simili felici.Ce ne sono qui a Londra.C’è il Burt Le Clos, il padre di Chad, il nuotatore sudafricano che ha bat­tuto Michael Phelps nei duecento farfalla.Burt è l’uomo che scoppia di felicità quando il figlio tocca la vasca. Corre nel corridoio della pi­scina, rubizzo, con la pancia che gli esce dalla maglietta, con gli oc­chi che parlano: quello è mio fi­glio, quello è mio figlio. Capito? Quello è mio figlio e ha vinto. Le Clos senior vive in acqua con Chad: lo spinge a ogni bracciata, lo vuole trascinare con i suoi 120 chili, conta le bracciate che danno il ritmo della gara del figlio. Le im­magini esagerate di questo signo­re che non resiste e si lascia anda­re alla gioia più sfrenata che ci sia possono indignare i puristi, ma non sconvolgono un solo genito­re. Perché il linguaggio di quel cor­po sarà anche esagerato, ma è con­divisibile nella logica che lo spin­ge: un padre non lo fermi. Una madre neanche. Guar­da Debbie Phelps, la madre di Mi­chael: da vent’anni segue il figlio in vasca. Ce l’ha buttato lei, lì den­tro. E adesso piega la testa sulla ba­laustra della piscina di Londra quando il suo bambino prende la ventiduesima medaglia della sto­ria. Giù il capo, sfinita, al capoli­nea di un pezzo di vita: Phelps si ri­tirerà e lei pure. Quante ce ne so­no come lei? Hanno allevato i figli da sole e li hanno portati da qual­che parte. Non è che devi essere lo sportivo più vincente delle Olim­piadi per inorgoglire tua madre. Lei è soltanto il riassunto di altre vi­te e di altre emozioni. Lo sport è l’amplificatore delle anime. Quanti ce ne sono come il papà di Daniele Molmenti che per la ten­sione non vede la gara del figlio e va a raccogliere le more? Il kayak è soltanto una metafora che può leg­gere tutt’altro: un esame, una visita dal medi­co. Il genitore che fa finta di niente perché non sa come ge­stire quel mo­mento. Fosse la sua vita sa­rebbe lì a petto in fuori. Ma è la vita del figlio, quella. Ed è di più. I bambini crescono solo d’aspetto. Sempre. Si è genitori per sempre, an­che quando tuo figlio ha la forza di risol­verti i proble­mi. Come Ryan Locthe che prenderà il suo premio olimpi­co per pagare le rate arretrate del mutuo dei genitori che stanno per es­sere sfrattati. Come la ginnasta Usa, Gabby Douglas: a 16 anni con i contratti pubblicitari dopo l’oro di Londra può ripagare i debiti di sua madre che ha lasciato il lavoro­ e vive con l’assegno di mantenimento per andare a seguire Gabby e gli altr tre figli che per allenar­si sono dovuti andare in Iowa. For­se ha sbagliato, forse no. Forse, forse, sempre forse. Ci possono essere solo dubbi. Chi ha la verità, in casi come questi, poi si ritrova smarrito dalla vita. Alle do­mande degli altri si risponde. Il guaio è quando ti ritrovi solo a do­verti dare una risposta. È come il si­gnor Schwazer: qualunque cosa dica merita rispetto. Si prende col­pe che formalmente non ha. Ma è l’unico che può dirlo, l’unico che può esprimere un giudizio. Un fi­glio che cade puoi solo aiutarlo a farlo rialzare. Il problema è come si fa.

London 2012: Michael Phelps

"Niente è impossibile se si affronta con fantasia [...]" Michael Phelps: 22 medaglie olimpiche di cui 18 d'oro, Atene 2004 - Pechino 2008 - Londra 2012

Il dio che fa baccano se cade, si rialza in silenzio

di Stefano Benzi (da “it.eurosport.yahoo.com”, 4 agosto 2012 – link)

Di fronte alla tanta voglia di chiacchierare di alcuni atleti azzurri (alcuni, non tutti), durante e dopo la fallimentare spedizione di Londra, verrebbe voglia di stare zitti.[…]

E’ evidente che c’è qualcosa di sociologico, o più propriamente di patologico, nell’abbattere i miti: la cultura americana sotto questo aspetto è da prendere con le molle. Crea miti a volte troppo facilmente, e altrettanto facilmente li distrugge dimenticando quello che hanno fatto, a volte rinnegandoli. I miti che resistono all’incalzare dei media e del pubblico che chiede sempre di più e sempre di meglio, tuttavia, hanno un che di eterno: il modo in cui Phelps si è ripreso dalle iniziali difficoltà che lo avevano visto perdere le finali dei quattro misti individuali e dei 200 farfalla, è stato autorevole. Quanto il suo silenzio di fronte a chi lo punzecchiava in conferenza stampa, alzando il livello dell’attenzione generale sulle sue difficoltà, per metterlo sotto pressione.
Phelps, come al solito, ha respinto ogni pressione al mittente rimandando al dopo Olimpiade qualsiasi bilancio: e lo ha fatto in modo umile, fermo, dignitoso. Così come in modo umile, fermo e dignitoso ha confermato di essere il più forte nuotatore di tutti i tempi.
Ha vinto 22 medaglie olimpiche, 18 delle quali d’oro: ha conquistato tre ori in tre differenti edizioni consecutive dei giochi nella stessa disciplina. Io non so se ora davvero si dedicherà solo alla sua fondazione, o a guadagnare un sacco di soldi tra conferenze, sponsor e ospitate televisive. Ma sono abbastanza certo che non riuscirò mai a vedere un altro nuotatore capace di fare altrettanto.

Phelps diventerà la linea di demarcazione tra normalità e unicità; il termine di paragone tra il database di uno sportivo storico e uno leggendario. E il fatto che lo abbia fatto senza perdere la coscienza di sé e senza mai alzare il tono della voce nella vittoria, come nella sconfitta, lo rende ancora più straordinario.