Musica

30 years of Sultans

Dire Straits – 30 years of Sultans of Swing from straitjacket on Vimeo.

Jacko, 25 giugno 2009

Ricordi

L’idea di vivere di sola musica…

Unico Corpo

L’orgoglio, l’emozione, la responsabilità e la gioia.

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Mark: anteprime…

Concerto di beneficenza Harlingham Club Princess Trust (Londra, 09/09/09). Dall’ultimo album: Get Lucky…

Mark: Boothbay Opera House 2006

Charity gig at Boothbay Opera House, settembre 2006, “Postcards from Paraguay” e – soprattutto – “A Place Where We Used To Live”: live, acustica, senza batteria e mai suonata dal vivo in nessuno dei suoi tour…

Mark: get lucky

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I’m better with my muscles
Than I am with my mouth
I worked the fairgrounds in the summer
And go pick fruit down south

And when I’m feel them chilly winds
Where the weather goes I follow
Pack up my traveling things go with the swallows

And I might get lucky now and then
You win some, you might get lucky now and then
You win some

I wake up every morning
Keep on eye on what I spent
Gotta think about eating
Gotta think about paying the rent

I always think it’s funny
It gets me everytime
I wonder about the happiness and money
Tell it to the breadline

But you might get lucky now and then
You win some, you might get lucky now and then
You win some

Now I’m rambling through this meadow happy as a man can be
Think I just lay me down under this old tree
On and on we go through this old world of shuffling
If you got a truffle dog, you can go truffling

But you might get lucky now and then
You win some, you might get lucky now and then
You win some

Mark, 14 settembre: “GET LUCKY”

Il nuovo album… e il nuovo tour nel 2010!

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TRACKLIST:
1. Border Reiver 4:37
2. Hard Shoulder 4:36
3. You Can’t Beat The House 3:25
4. Before Gas & TV 5:51
5. Monteleone 3:37
6. Cleaning My Gun 4:44
7. The Car Was The One 4:02
8. Remembrance Day 5:03
09. Get Lucky 4:36
10. So Far From The Clyde 6:01
11. Piper To The End 6:18

Il paradosso del re nero

di Vittorio Macioce (Il Giornale, 27 giugno 2009)

Ed era come camminare sulla luna…
La nenia sembra non finire mai. È così da un giorno, e più. Sono loro, la sua gente, gli invisible man di Ralph Eldo Ellison, quelli che lui ha rinnegato. Stanno lì, davanti all’Apollo Theater, al numero 253 della centoventicinquesima strada di Harlem. È dove tutto è iniziato. È quel teatro che ha fatto conoscere Ella Fitzgerald, James Brown, Gladys Knight, Lauryn Hill, Sarah Vaughan. È qui che sono diventati grandi i Jackson Five. Michael allora aveva poco più di sei anni, un cespuglio di capelli crespi, il naso largo e improvvisava quei passi di danza che solo la natura ti può regalare. Nessuna finzione, niente trucchi o ritocchi. Michael è stato un bambino triste, sfruttato e picchiato, che provava a volare. Il popolo nero di Harlem non la smette più di cantare. È una musica dolce e loro si muovono lenti, sotto le luci azzurre di strani platani senza foglie.

USA MUSIC MICHAEL JACKSON

È New York, questa, e le musiche parlano, raccontano storie, quella di Michael Jackson è un paradosso, come se questo bambino perduto attirasse nella sua orbita tutte le contraddizioni di un’era ibrida, incerta, dove il confine tra il vero e il falso, l’umano e l’artificiale è sempre in bilico. Michael era tutto questo. Era una star di plastica, che ha soffocato tutto il talento, cancellando ogni traccia della sua identità. Michael Jackson è un Peter Pan che ha cercato in tutti i modi di non invecchiare. E non ci è riuscito. Era il suo incubo. Ogni volta guardandosi allo specchio vedeva i pirati. Vedeva la faccia di Peter invecchiata male. Vedeva Capitan Uncino. E allora via con un altro bisturi, con la pelle come una cicatrice e il fegato avvelenato dalle medicine. Tutto per fermare il tempo, interrompere quel maledetto ticchettio, cacciare il mondo dai suoi occhi, mummificando il passato e chiudersi nell’isola che non c’è, quella Neverland dove solo i bambini perduti possono sopravvivere, quel parco giochi con qualche incubo. E per il mondo Jacko era diventato un Peter Pan pedofilo, la stessa accusa che macchiò la vita di James Mattew Barrie, l’autore delle storie di Kensington, un altro mezzo elfo, uno scherzo della natura.

PEOPLE JACKSON/

La gente nera davanti all’Apollo non smette di cantare. Quasi viene voglia di dire perché. Michael li ha cancellati, riscrivendo se stesso. Lui, con quel naso contronatura, lui asettico, lui post-umano, lui che ha costruito un muro tra la sua faccia e Harlem. Questa lunga canzone è un paradosso. Era più facile maledirlo, scrollare le spalle, farsi il segno della croce e lasciarlo alla morte. Che c’entra Jacko con Harlem? Che c’entra con il popolo nero? E invece piangono. Il cuore del ragazzo nero che voleva essere bianco smette di battere e il silenzio arriva fino a Washington, dentro le stanze della Casa Bianca, dove vive una famiglia nera. Ed è la prima volta che questo accade. 

La notizia passa sul volto di Obama e scivola nell’orto di Michelle, con le sue braccia nude da mamie che non rinnegano nulla, così orgogliosa di essere nera nel sangue, nella storia, nella terra, nelle strade di Harlem. Il re del pop è la negazione di tutto questo. È solo una delle tante icone disegnate da Andy Warhol, qualcosa di effimero, senza radici, una macchia di colore su una tela, una stella inorganica, come la luce di un neon. La profezia del vecchio predicatore nero si è realizzata. Ora gli invisibili hanno un volto, un presidente. Eppure piangono un volto senza più radici, uno che ha scritto e fatto cantare a tutto il firmamento We are the world, ma è vissuto con la paura di sporcarsi le mani. L’uomo che ha sposato la figlia di Elvis Presley, un matrimonio tra non identità, finito presto e male. La figlia del re bianco che cantava le canzoni dei neri e il re nero che voleva essere bianco. Il tentativo di incrociare il dna del pop, ma non ha funzionato. Le stelle rarefatte si possono clonare. Non partorire.

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Era il 1982 e lui danzava davanti a un compagnia di zombie. Le note di Thriller erano i passi della sua vita. C’era qualcosa di quello che sarebbe arrivato dopo. Quella maschera che piano piano si stava mangiando l’uomo. Michael non era ancora una metamorfosi. Era un passo leggero, che lentamente scivolava all’indietro, lasciando una scia di sogni. Ed era come camminare sulla luna.

Michael Jackson, 25 giugno 2009

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“Che mi dici di ieri – che mi dici di noi
Che mi dici dei mari – che mi dici di noi
I paradisi stanno cadendo – che mi dici di noi
non posso neanche respirare – che mi dici di noi
Che mi dici della terra che sanguina – che mi dici di noi
è il grembo del nostro pianeta – che mi dici di noi
Che mi dici degli animali – che mi dici di noi
abbiamo rivoltato regni nella polvere – che mi dici di noi
Che mi dici degli elefanti – che mi dici di noi
abbiamo perso la loro fiducia – che mi dici di noi
Che mi dici delle balene che piangono – che mi dici di noi
abbiamo devastato i mari – che mi dici di noi
Che mi dici dei sentieri della foresta bruciati – che mi dici di noi
nonostante i nostri appelli – che mi dici di noi
Che mi dici della terra santa – che mi dici
strappata via dalla fede – che mi dici di noi
Che mi dici dell’uomo comune – che mi dici di noi
non possiamo lasciarlo libero?
Che mi dici dei bambini che muoiono – che mi dici di noi
non riesci a sentirli piangere? – che mi dici di noi
Dove abbiamo sbagliato? Qualcuno mi dica perchè – che mi dici di noi
Che mi dici dei piccoli? – che mi dici di noi
Che mi dici dei giorni – che mi dici di noi
Che mi dici di tutta la loro gioia – che mi dici di noi
Che mi dici dell’uomo – che mi dici di noi
Che mi dici dell’uomo che piange – che mi dici di noi
Che mi dici di Abramo – che mi dici di noi
Che mi dici della morte ancora – che mi dici di noi…
Maledicici!”