Cogito

Il sorriso di Buenos Aires

francesco

“Fratelli e sorelle, buonasera!
Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un Vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli Cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo… ma siamo qui!”

27 gennaio, la Memoria

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Aveva solo 7 anni quando è dovuta scappare dalla Polonia durante la Seconda Guerra Mondiale nel 1939. E l’unica cosa che Stella Knobel, ebrea sopravvissuta all’Olocausto, ha potuto portare con sè è un piccolo orsacchiotto che tutt’oggi sta al suo fianco. “E’ stato come una famiglia per me. Era tutto quello che avevo. Sapeva tutti i miei segreti”. L’ha accompagnata attraverso l’Unione Sovietica, l’Iran, fino in Terra Santa. Adesso il pelouche è custodito come un cimelio al Museo Memoriale dell’Olocausto a Gerusalemme. “Sono riuscita a salvarlo per tutti questi anni. E ora so che continuerà a vivere anche dopo di me”. (da La Repubblica.it)

Open

600 pagine lette in meno di 24 ore: l’autobiografia di Agassi scritta in collaborazione con J. R. Moehringer è un libro splendido. Ne avevo sentito parlare come una lettura veramente al di là di una semplice autobiografia sportiva, ma non pensavo fino a questo punto: il soggetto non è la trasformazione, ma la vera formazione di un uomo che, crescendo tra sconfitte e vittorie, riesce – e non unicamente da solo – ad accettare la sua ansia “imposta” di perfezionismo tramutandola in una serena scelta facoltativa.

“Da qualche parte, lassù, c’è una stella con il tuo nome. Forse non sarò capace di aiutarti a trovarla, ma le mie spalle sono forti e puoi salirci sopra mentre la cerchi. Hai capito? Per tutto il tempo che vuoi. Sali sulle mie spalle e allunga la mano, ragazzo. Allungala.”

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“La vita è un incontro di tennis tra estremi polarmente opposti. Vincere e perdere, amare e odiare, aperto e chiuso. E’ utile riconoscere presto questo fatto penoso. Quindi riconoscete gli estremi contrapposti in voi e se non riuscite ad accettarli o a riconciliarvi con essi, almeno accettateli e tirate avanti. L’unica cosa che non potete fare è ignorarli.”

Vorrei guardarti negli occhi

Non succederà mai più.
Ma se mai dovesse succedere questa volta vorrei fermarti: non me ne starei zitto come quando nel 2009 in Prato della Valle a Padova mi sei passato velocemente a fianco in bici mentre ti dirigevi verso la zona partenza della tappa del Giro salendo di tutta fretta in sella dopo aver concluso la tua intervista con i medici e direttori degli ospedali e degli istituti di oncologia di Padova.
Quella volta me ne sono rimasto fermo a guardarti andar via. Me ne sono stato zitto, stupito, senza parole perché mi sembrava già di aver avuto la mia soddisfazione ed emozione: avevo in mano l’autografo di Lance Armstrong.
Me lo avevi firmato poco prima: una firma bella e leggibile, scritta con un grosso pennarello nero su un foglio ovviamente giallo sul quale era stampata in grande la scritta “Hope ride again” e dietro il motto di sempre. Spesso anche al polso: “livestrong”.
Ed eravamo in tanti ad aspettare che tu scendessi da quel pullman, tutti lì per vedere da vicino – e finalmente in Italia – quella persona che rappresentava ben di più di un campione sportivo, ben di più di un atleta: eri un combattente, si, certo, un po’ uno spaccone americano, ma anche e soprattutto un uomo che ti voleva comunicare e – forse – insegnare che ognuno di noi avrebbe potuto trovare dentro di sé il coraggio, la capacità, la forza di sperare, di sognare, di osare.

“It’s not about the bike”: perchè non si trattava solo di bici e ciclismo. Per questo motivo quel libro dove parli di te, del tuo ritorno alla vita lo avevo anche dato a persone care che potessero trovare tra quelle pagine la forza di sperare, la forza di vivere, la forza di credere nella tragicità degli ultimi mesi.

Si, Lance: questa volta vorrei fermarti.
Vorrei guardarti negli occhi.

E chiederti: “…perché?”

Verticale


[Padova] Piazza dei Signori [Padova]: perché alla fine - prima o poi - tutto gira verso il sole (e - inevitabilmente - verso il colore).

Piove, pure troppo…


Nonostante cerchi di sforzarmi per vederlo diversamente, è un ottobre in bianco e nero.

Cinque

Alla faccia di tutti quei giornalisti che si improvvisano esperti di tecnologia, scafati utilizzatori di dispositivi multimediali e che pensano di poter scrivere che un determinato prodotto non funziona solo perché loro non sono capaci di farlo funzionare (a proposito: a quando almeno una minima responsabilità civile per quello che scrive un giornalista?); alla faccia di tutti quei falsi moralisti che giudicano come assurde e vergognose le code fuori dagli Apple Store e che pensano di avere il permesso di poter emettere acriticamente sentenze generalistiche e perbeniste e che invece non conoscono minimamente cosa c’è dietro ad ognuna di quelle persone; alla faccia di una parte di quelle stesse persone in coda che tu sai riconoscere come veramente “fuori luogo” ed esponenti di una categoria che ha scambiato una passione per un cliché, un pensare culturalmente differente per un ostentare vuoto e snob, un’evoluzione di design e tecnologia per un banale cambiamento di moda.

Alla faccia di tutti questi è da una settimana che ho uno splendido nuovo iPhone 5, tutto nero e ardesia. Quando lo uso ci vedo solo la mia passione per un’estetica minimale, essenziale, per la cura presuntuosa e maniacale dei particolari, per la storia e la filosofia Apple fin dal 1984, ci vedo ciò che mi piace e miei sacrifici che ho fatto per comprarlo.

Concludo con un estratto dal blog di Linus: ovviamente anche il suo post è stato criticato da questa presunta ondata moralizzatrice, ma per chi conosce Apple e quale era il pensiero di Steve – specialmente oggi 5 ottobre – sono tre righe scritte in punta di fioretto.
“Oggi è un anno dalla morte di Steve Jobs ed è una settimana che è uscito l’iPhone5. Ce l’ho, è bellissimo, ma mi chiamano sempre le stesse persone. Che delusione, Steve non lo avrebbe permesso.”

Si, capita pure a me, ma è bellissimo anche il mio.
Ed è anche una 64 Gb.

Remembering Steve

Me lo ricordo bene quel giorno: sto andando al lavoro, è un po’ tardi, sono le 9, metto l’iPhone (il 4 al tempo) sul supporto in auto e faccio partire Safari. Passo sul sito Apple e mi blocco: oramai lo si sapeva, ma è stato veramente un “colpo”.

Ho catturato lo schermo per fermare quel momento.
La giornata è poi proseguita anche con troppa velocità: tanti impegni e scadenze in quel periodo, ma c’è stato un po’ di tempo per appuntare una breve frase di riflessione personale sull’approccio di Steve all’informatica e alla cosiddetta “esperienza utente” che poi non ho mai riportato qui sul blog. Eccola, a distanza di un anno.

La figura di Jobs possiede il merito di aver insegnato alle persone che la tecnologia più è perfetta ed essenziale, più diventa “solamente mezzo” per godere delle vere gioie della vita: “la tecnologia da sola non basta, deve essere sposata con le arti liberali e con uno spirito di umanità. Questo fa scaldare il cuore.”.
Thank You, Steve.

11 settembre: 11 anni dopo

“Chi sa quanto tempo abbiamo o come ce la caveremo,
chi sa se c’è un futuro per ognuno di noi,
ma c’è il nostro amore […]

Le mie ultime parole non potranno mai raccontare la nostra storia,
raccontate ed inascoltate nel buio del cielo,
ma ti amo e questo è la nostra forza
se questo è l’addio…”

(libera traduzione di “If This Is Goodbye” – Mark Knopfler)

John Coffey

“Sono stanco, capo. Stanco di andare sempre in giro solo come un passero nella pioggia. Stanco di non poter mai avere un amico con me che mi dica dove andiamo, da dove veniamo e perché. Sono stanco soprattutto del male che gli uomini fanno a tutti gli altri uomini. Stanco di tutto il dolore che io sento, ascolto nel mondo ogni giorno, ce n’è troppo per me. È come avere pezzi di vetro conficcati in testa sempre continuamente. Lo capisci questo?”

Michael Clarke Duncan (1958-2012) – “John Coffey”, Il Miglio Verde

“Ho compiuto 108 anni, Elaine, ne avevo 44 l’anno in cui John Coffey entrò nel miglio verde. Non è stata colpa sua, lui non poteva evitare quel che è successo, era… una forza della natura! Oh, ne ho viste di cose incredibili nella mia vita Ely… Un altro secolo sta per passare ma a me è toccato vedere i miei amici e i miei cari morire nel corso degli anni […] E tu, Elaine, anche tu morirai e la mia maledizione è sapere che io sarò ancora lì. È la mia espiazione, capisci, la mia punizione per aver lasciato che John Coffey cavalcasse il fulmine, per aver ucciso un miracolo di Dio. Te ne andrai anche tu come tutti gli altri e io dovrò rimanere. Ah, prima o poi morirò, di questo sono sicuro, non mi illudo di essere immortale, ma avrò desiderato la morte prima che la morte mi prenda con sé. In verità… la desidero già adesso. […] Ci penso quasi tutte le notti mentre sono a letto, e aspetto. Penso a tutte le persone che ho amato e non ci sono più. Penso alla mia bella Jane, a come l’ho persa tanti anni fa, e penso a tutti noi che percorriamo il nostro miglio verde, ciascuno a suo tempo, ma un pensiero mi tiene sveglio più di ogni altro in queste notti: se lui ha potuto far vivere tanto a lungo un topo, a me quanto resta ancora da vivere… Tutti noi dobbiamo morire, non ci sono eccezioni, ma qualche volta, Dio mio, il miglio verde sembra così lungo.”