Apple, PC & C.

Virtual Machine from existing Mac OS X (Server)

Scrivo qui la procedura – così so dove recuperarla e per fare un po’ di ordine sulle varie informazioni e procedimenti provenienti dalla VMWare Communities – per creare una macchina virtuale in ambiente VMWare Fusion da un’installazione fisica già esistente di un sistema operativo Mac OS (Server).
Il principio di base è quello di clonare il file immagine della macchina fisica già installata sopra al disco virtuale della nuova macchina VMWare nella fase iniziale di creazione: il tutto viene eseguito tramite la Utilty Disco di Mac OS (non utilizzando VMDKMounter) ed è stato testato con successo in ambiente MAC OS X Server 10.5 e 10.6, ma non dovrebbe presentare alcun problema – salvo alcune accortezze – nelle successive versioni Lion(s) (10.7, 10.8).

Creazione del file immagine della macchina reale

  • avviare il sistema dal DVD di installazione (per le versioni 10.7, 10.8 bisognerà crearsi un supporto per eseguire il boot);
  • interrompere l’installazione, avviare Utility Disco e registrare su un disco esterno il file immagine della partizione interessata;

Creazione della macchina virtuale

  • avviare la procedura di creazione della macchina virtuale su Fusion inserendo il DVD di installazione di un sistema operativo Server o montare un file immagine (.dmg) creando un disco di sistema virtuale della capienza adatta (cfr. più avanti);

Clonazione

  • fermare l’installazione del sistema operativo sulla macchina virtuale;
  • accedere ad Utility Disco e selezionare “Ripristina” configurando il pannello con l’origine e la destinazione opportune (l’unica cosa da tenere in considerazione è che Fusion crea in automatico un disco virtuale da 40 Gb e quindi è necessario modificare la partizione secondo le proprie esigenze dopo il momento della creazione del disco virtuale);
  • riavviare la macchina virtuale e alla domanda di richiesta di un disco di avvio indicare il disco appena clonato dall’operazione di ripristino.

E’ tutto.

Cinque

Alla faccia di tutti quei giornalisti che si improvvisano esperti di tecnologia, scafati utilizzatori di dispositivi multimediali e che pensano di poter scrivere che un determinato prodotto non funziona solo perché loro non sono capaci di farlo funzionare (a proposito: a quando almeno una minima responsabilità civile per quello che scrive un giornalista?); alla faccia di tutti quei falsi moralisti che giudicano come assurde e vergognose le code fuori dagli Apple Store e che pensano di avere il permesso di poter emettere acriticamente sentenze generalistiche e perbeniste e che invece non conoscono minimamente cosa c’è dietro ad ognuna di quelle persone; alla faccia di una parte di quelle stesse persone in coda che tu sai riconoscere come veramente “fuori luogo” ed esponenti di una categoria che ha scambiato una passione per un cliché, un pensare culturalmente differente per un ostentare vuoto e snob, un’evoluzione di design e tecnologia per un banale cambiamento di moda.

Alla faccia di tutti questi è da una settimana che ho uno splendido nuovo iPhone 5, tutto nero e ardesia. Quando lo uso ci vedo solo la mia passione per un’estetica minimale, essenziale, per la cura presuntuosa e maniacale dei particolari, per la storia e la filosofia Apple fin dal 1984, ci vedo ciò che mi piace e miei sacrifici che ho fatto per comprarlo.

Concludo con un estratto dal blog di Linus: ovviamente anche il suo post è stato criticato da questa presunta ondata moralizzatrice, ma per chi conosce Apple e quale era il pensiero di Steve – specialmente oggi 5 ottobre – sono tre righe scritte in punta di fioretto.
“Oggi è un anno dalla morte di Steve Jobs ed è una settimana che è uscito l’iPhone5. Ce l’ho, è bellissimo, ma mi chiamano sempre le stesse persone. Che delusione, Steve non lo avrebbe permesso.”

Si, capita pure a me, ma è bellissimo anche il mio.
Ed è anche una 64 Gb.

Remembering Steve

Me lo ricordo bene quel giorno: sto andando al lavoro, è un po’ tardi, sono le 9, metto l’iPhone (il 4 al tempo) sul supporto in auto e faccio partire Safari. Passo sul sito Apple e mi blocco: oramai lo si sapeva, ma è stato veramente un “colpo”.

Ho catturato lo schermo per fermare quel momento.
La giornata è poi proseguita anche con troppa velocità: tanti impegni e scadenze in quel periodo, ma c’è stato un po’ di tempo per appuntare una breve frase di riflessione personale sull’approccio di Steve all’informatica e alla cosiddetta “esperienza utente” che poi non ho mai riportato qui sul blog. Eccola, a distanza di un anno.

La figura di Jobs possiede il merito di aver insegnato alle persone che la tecnologia più è perfetta ed essenziale, più diventa “solamente mezzo” per godere delle vere gioie della vita: “la tecnologia da sola non basta, deve essere sposata con le arti liberali e con uno spirito di umanità. Questo fa scaldare il cuore.”.
Thank You, Steve.

Cinque


Il primo iPhone del dopo Jobs: un prodotto di tecnologia e design che – anche se parzialmente – ha di nuovo la forza di stupire.

Apple cambia

Ieri è stata la prima giornata della 2012 WWDC (Apple Worldwide Developers Conference, dal 11 al 15 giugno: “It’s the week we’ve all been waiting for”): c’erano diverse aspettative. Si andava da un portatile con lo schermo con un risoluzione incredibile, alla nuova release di iOS, all’annuncio del lancio del nuovo Mac OSX e, in teoria e finalmente, anche all’aggiornamento delle ultime macchine “professionali vecchio stampo” di Apple e cioè i MacPro.
Tutto rispettato: il nuovo MacBook con retina display è il portatile più bello e potente che mai Apple abbia costruito, iOS 6 e Mountain Lion fanno capire quale sarà il nostro modo di lavorare, di condividere e di comunicare nei prossimi mesi ed anni e anche i MacPro sono stati aggiornati.
Beh, insomma. Qualche limatura al clock del processore, un po’ di RAM in più e niente altro: niente USB 3, niente Thunderbolt, niente di tutto quello che è la nuova tecnologia I/O ad alta prestazioni. Insomma una grossa delusione per chi, e mi ci metto anche dentro anche io, aspettava un salto di qualità su un macchina professionale “tradizionale”.
Però c’è un ma. Innanzitutto il fatto che siano stati “leggermente” aggiornati significa che quel settore non è destinato a morire (la conferma è stata data da un portavoce Apple qualche ora più tardi il quale ha annunciato che un aggiornamento sostanziale è previsto al massimo per il 2013) come invece è stato per gli Xserve, ma quello che veramente è da capire e comprendere è quanto e come stia cambiando Apple. E questo non solo per l’incredibile espansione del mercato mobile e dei suoi iDevices (oggetti che, a seconda di chi li usa, passano per essere considerati emblemi di insulsa moda o inutili e vani status symbol a mezzi di vera rivoluzione e accessibilità), ma anche per l’impronta nuova, umana e reale che sta dando il nuovo CEO all’azienda stessa: un’impronta che va alle radici dell’essenza di Apple stessa.
Si, Tim Cook.

In questo suo primo WWDC Cook si è riservato per sé solo l’inizio e la fine di uno spettacolo di novità tecnologiche a tutti i livelli in cui la parte dei promotori dell’innovazione Apple è stata affidata a Phil Schiller, Greg Federighi e Scott Forstall, ma nelle sue due apparizioni Tim ha fatto capire che cosa è e significa per lui Apple: il video iniziale di come iPhone e iPad stiano cambiando la possibilità di fruizione della tecnologia (e quindi della conoscenza e in senso lato del “benessere” o, meglio, della personale autonomia dell’utente) in tutti i livelli è niente meno che l’evoluzione, o forse la vera radice, del “think different”, di una visione minimale – profondamente “Jobsiana” – dove l’essenziale è il risultato ossia, come avrebbe detto Steve, “… And… Boom! It Just Works”.
Il rivolgersi ai Developers ringraziandoli di far parte di questa “missione” e di essere loro stessi a portarla avanti, mettendo loro al primo posto come i veri protagonisti di questo cambiamento, significa superare l’approccio distorto e quasi manieristico di questi ultimi anni verso il device “made in Apple” come unico “fine”, in quanto oggetto di design fascinoso e di potenzialità efficace, per farlo ritornare semplice “mezzo” per quanto “esteticamente e tecnologicamente raffinato”.

Per questo motivo un approccio “vecchio stile” di attesa verso il nuovo “vecchio” tower diventa anacronistico, diventa “non rivoluzionario”: c’è bisogno di accettare il cambiamento e l’evoluzione di una tecnologia che deve essere solo mezzo per raggiungere l’obbiettivo e per questo motivo non importa che per farlo si usi un super potente portatile con un display inimmaginabile qualche anno fa con velocità paragonabili a quelle di una workstation o un dispositivo touch con un processore quad-core al suo interno. La nuvola di Apple diventa in questo modo concreta, diventa strumento di produttività come lo sono il nuovo Mac OSX e il nuovo MacBook Pro; il nuovo iOS diventa occasione e stimolo di innovazione, mezzo di interazione e di contatto verso, ad esempio, persone con disabilità, non vedenti e bambini con difficoltà di apprendimento.

Gli ultimi minuti del discorso di Tim Cook sono emblematici: con una voce addirittura quasi rotta dall’emozione ha affermato che secondo lui non ci sarebbe stata motivazione migliore per alzarsi presto quella mattina, quella cioè di poter imparare come, grazie alle nuove tecnologie presentate, si possa – singolarmente ma realmente – prendere parte a questa rivoluzione “accessibile” che ha in sé la potenzialità di – non solo – cambiare ma – anche – migliorare il nostro mondo.

Risoluzionario


Mi è arrivato lo smilzo.
Sessantaquattrogiga e quattrogì.

How to downgrade (Twitter) App for iPhone

Ecco una procedura “molto semplice” per effettuare il downgrade dell’app Twitter per iPhone: dalla nuova 4 alla precedente 3.5.1*.
La procedura è testata su Mac (ma dovrebbe funzionare senza troppi problemi anche su Win):

  • sincronizzare l’iPhone/iPad con iTunes;
  • cancellare dal dispositivo l’applicazione Twitter (la 4.0);
  • cancellare anche da iTunes la nuova applicazione Twitter (per fare questo basta semplicemente andare dalla colonna di sinistra di iTunes nella sezione “Libreria” e selezionare la riga “App”: trovare la app e cancellarla: alla richiesta di “mantenere” o “spostare” l’app e i suoi dati nel cestino scegliere “spostare”);
  • scaricare l’app versione precedente cliccando questo link download Twitter 3.5.1
  • scompattarla e trascinarla dentro alla sezione “Libreria” di iTunes;
  • andare dalla colonna di sinistra sulla riga dell’iPhone, selezionare nel riquadro principale a dx la sezione “App” (in alto), cercare l’applicazione Twitter e aggiungere il flag per farla installare, cliccare “applica” (in basso a destra) per effettuare la sincronizzazione;
  • rieccola…

* la procedura è valida per qualsiasi applicazione iOs per la quale si desidera effettuare il downgrade ad una versione precedente: è ovviamente necessario disporre del file .ipa relativo alla app che si vuole ripristinare.

Ubriachi di ret(s)ina

Ovvero ” …ma che fine ha fatto l’approccio uniforme e minimalista tipico di Apple nel design di iOs (5)?”

Ci sono sei idee grafiche che, personalmente, non condivido (eufemismo per non dire che mi sembrano “incoerenti e non allineate”) nell’attuale iOS:

  1. il riquadro nero “embossed” per la notifica singola;
  2. il pulsante rosso dello “snooze” quando suona la sveglia;
  3. l’uso/abuso del bold nel centro notifiche (e un po’ ovunque) in modo omogeneo e non gerarchico (vedi invece l’uso del carattere “light” sulla sezione relativa a Siri);
  4. la barra in prospettiva del dock;
  5. l’interfaccia di iBook con la sua simulazione foto realistica del materiale, ma soprattutto per (vedi punto precedente) la simulazione tridimensionale/prospettica;
  6. l’edicola (vedi i due punti precedenti).

Se le prime tre risultano, a mio avviso, non molto raffinate e quasi l’eredità di uno studio grafico approssimativo che si sperava presente solo nelle versioni beta, le tre finali ricalcano una nuova direzione di stile (iniziata con la barra tridimensionale del dock) presente nel nuovo iOs 5 e in parte anche su Lion. Questo approccio sempre più deciso verso un design iper-realista viene utilizzato da Apple in alcune nuove applicazioni con risultati differenti: la Rubrica Indirizzi e il nuovo iCal di Lion, ad esempio, stonano in modo così evidente con il resto dell’unità grafica del Finder che sono fioriti molti tool per ripristinare il look predefinito di queste applicazioni; altre, invece, hanno un impatto decisamente più piacevole e simpatico (anche se, appunto, incoerente e non allineato) come ad esempio Find my Friends su iOs.
Con le dovute differenze la tendenza sembra essere esattamente inversa rispetto all’evoluzione del layout grafico di Mac OS X.

L’evoluzione di Aqua in OS X (se ci si astiene sulle discutibili innovazioni di Lion) è sempre stata quella di procedere verso un’essenzialità del simbolo, dell’interfaccia e dell’icona stessa non sacrificando la qualità dell’immagine (“One of the design goals was when you saw it you wanted to lick it“, Steve Jobs@Macworld San Francisco 2000), ossia di stabilire una definita (in senso risolutivo) e minimale astrazione grafica nel riprodurre il reale che sia esso una finestra, una cartella, un blocco notes o un semplice pulsante (cfr. il paragrafo “The ugly failure of the physical metaphor” in questo articolo di Gizmodo e, successivamente, Filippo Corti su MacBlog).

E’ importante, quindi, che la “facile e fotorealistica” qualità offerta dal display retina nei dispositivi iOs non diventi la scusa e la giustificazione per sacrificare la fantasia, l’essenzialità e l’uniformità di un’idea grafica (o piuttosto tipografica e meglio – spesso – se bidimensionale o al massimo “a bassorilievo”) in favore di una simulazione fuori contesto “iper-realista e tridimensionale” del mondo reale.


La retsina (greco: Ρετσίνα) è un vino bianco o rosato da tavola greco, aromatizzato mediante l’aggiunta al mosto di resina di pino d’Aleppo.
Nell’antichità, le anfore in cui veniva conservato il vino dovevano essere sigillate perché il vino non venisse a contatto con l’aria: successivamente si cominciò poi ad aggiungere la resina al vino stesso, in modo da produrre una sorta di velo protettivo sulla superficie del mosto in fermentazione.
Wikipedia

 

Less is more

Eccoci: iPol è di nuovo on-line (più minimale che mai).

Autoritratto