“Sono fortunato perché faccio il mestiere più bello del mondo e soprattutto lo posso fare perché sono ancora vivo”.

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Posted 24 luglio 2010
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Bici
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Sono di nuovo a Santander: una decisione sofferta, ma forse è quella “giusta”.
Ho deciso per quest’anno di chiudere la mia credenziale con pochi “sellos”: solo qualche decina di chilometri passando per la Eremita di Guadalupe per poi arrivare a Sansebastian.
E adesso, appunto, di nuovo a Santander, dopo aver passato la notte precedente a decidere cosa fare.
L’aereo di ritorno è prenotato, qualche giorno a guardare l’oceano e poi a casa.
C’è ovviamente un po’ di sconforto, ma è maggiore, e dà più sollievo, l’idea di poter accettare i propri limiti – per questa volta -, di poter decidere di “attendere” un completamento di un cammino in una prospettiva di piccoli passi, poche pedalate.
Ieri sera durante la Messa nella Cattedrale di Santader mi sono soffermato a guardare l’architettura di questa bianco e solare gotico spagnolo, fatto di vera tensione verso l’alto, dal bianco della pietra all’azzurro del cielo spagnolo. In ognuna di questa chiese puoi trovare segni del Camino: un San Giacomo in una qualche nicchia, una spada crociata in un basso rilievo… e le conchiglie. Si, le conchiglie del Cammino, della direzione, dell’invito ad andare avanti.
Nella Cattedrale di Santander nell’incrocio della navata centrale con il transetto sono scolpite due enormi capesante rivolte verso l’alto che sembrano due grandi mani, aperte e protese verso il basso.
Mai come ieri sera mi sono sembrate le stesse mani che quando arrivi a Santiago sei tu ad appoggiare sulle spalle di quella antica statua che segna la fine del tuo lungo viaggio: quest’anno – inversamente – me lo sono sentite su di me, come due grandi mani a conchiglia che ti si appoggiano e ti accarezzano le spalle con la fiducia di reincontrarti, con la comprensione della fatica, con la speranza di rivederti.

Non ho avuto il tempo per trovare la concentrazione su un cammino che prima di tutto deve partire da dentro di noi e per farlo devi dargli “spazio” e non il “vuoto” di una testa sgonfia.
Più attenzione alla spirito, a un cammino che ti sceglie nel momento in cui sei pronto: “estoy seguro de que sabrás disfrutarlo”.
Arrivederci Santiago: “Míranos, míranos…”.
Ci siamo: sono in viaggio verso Irun per iniziare il mio secondo Camino verso Santiago.
È un Camino diverso quello di quest’anno: lo “zaino” è più pesante per il ricordo di persone che non ci sono più, ricco di maggiori responsabilità per gli impegni momentaneamente lasciati, carico di aspettativa nella speranza di recuperare la serenità nel ritrovare vasti ed “altri spazi e luoghi”.
Sono sempre 900 km lungo la costa ventosa del nord della Spagna ma sembrano più lunghi, più impegnativi, più incerti forse perché l’anno scorso c’era la sorpresa e l’attesa della scoperta, la meraviglia dell’inatteso, lo stupore di una dimensione unica, atipica, privilegiata.
“Essere pellegrini e’ un privilegio:spazio infinito e liberta’. Solo il tuo corpo ‘comanda’ i modi e i tempi del tuo essere e piu’ sei in sintonia con lui (il tuo corpo) piu’ sei libero”
“Andando per la Via il corso del tempo connette il corpo fisico al metafisico: la mente alla natura; la pelle individuale all’umanita’ celestiale. Santiago ti attende attende ‘leggero’ ”
Veramente quest’anno si è alla ricerca della “leggerezza” o, meglio, alla riscoperta di una leggerezza per ri-trovare sensazioni assaporate, vissute di cui hai sete e bisogno con lo zaino carico e lieve di Ricordi.
Le giornate di avvicinamento all’inizio sono sempre pesanti ma già l’atmosfera del Camino comincia a farsi sentire con l’incontro inatteso e sperato di altri ragazzi italiani con i quali condividere qualche ora insieme in questa dimensione “altra” dove conta solo l’esserci indipendentemente dal modo, dalla lontananza della meta, dal chilometraggio giornaliero, dal tuo passato e dal tuo “io”.
Eccolo: arrivato direttamente da Parigi…!


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